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Twitter e i finti follower: L'80% è falso?

Dott. Tomaso Trevisson Scritto da 

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Twittere i finti follower: «L'80% è falso? Non tutti fanno così, tutelare la parte sana»»
Le reazioni sul web all'intervista a Camisani Calzolari. L'80% dei profili potrebbe essere 'fake'? Salvare il 20% «sano»

MILANO - Eserciti di utenti fantasma popolano le pagine e i profili delle aziende sui social network? Marco Camisani Calzolari, imprenditore, esperto del web e professore allo Iulm, ha lanciato il sasso con un'intervista sulle pagine di Corriere.it e la reazione del settore in esame - sui social network ça va sans dire - è stata immediata. Il dibattito si è infiammato soprattuto sul profilo Facebook di Layla Pavone, amministratore delegato dell'agenzia di comunicazione Isobar e presidente della consulta digitale di Assocomunicazione. Pavone ha chiesto lumi sulla fonte della percentuale citata da Calzolari («L'80% dei fan e dei follower delle aziende italiane è finto»). Camisani Calzolari ha risposto di aver espresso una valutazione personale.

DIVULGAZIONE - Contattata da Corriere.it, Layla Pavone spiega che «il compito dei professionisti, degli addetti ai lavori esperti in materia ed anche dei giornalisti è quello di fare divulgazione corretta delle informazioni per fare cultura. Le opinioni sono tutte opinabili, mentre le analisi e le ricerche servono proprio per capire in profondità e su basi solide le dinamiche di mercato». Fatta questa premessa di metodo, Pavone ammette di essere «perfettamente a conoscenza dell'esistenza di pratiche fraudolente. Si tratta di un problema non di ieri, più ampio e che non riguarda solo i social media. Un esempio, che è stato gestito e risolto, sono i click fraud su Google di qualche anno fa (click automatici sugli annunci dei siti, ndr)».

VALUTAZIONI - «È corretto e doveroso parlarne e fare cultura - prosegue il presidente della consulta digitale di Assocomunicazione - ma è diverso dal dire in maniera arbitraria che l'80% dei fan è "fake" o frutto di attività fraudolente. Io penso che la gran parte dei professionisti, agenzie, aziende che lavora in questo settore operi in maniera corretta e trasparente». E aggiunge che «i fan non sono l'unica metrica del cosiddetto "livello di engagement" che si può generare con i social media. È molto più importante capire, con gli strumenti di analisi che abbiamo a disposizione, la qualità della relazione, il suo contenuto e la rilevanza». Non si tratta, insomma, di una questione puramente numerica, ma di un livello di interazione con l'utente che va oltre il pollice alto sul social network blu o un click sull’icona follower in azzurro. La valutazione accomuna gran parte degli attori del settore che hanno detto la loro sull'argomento.

«IO SONO L'ALTRO 20%» - Giorgio Marandola di Ideolo ha persino lanciato la campagna I'am the 20% (io sono l'altro 20 per cento), ripresa poi graficamente con un tweet sullo sfondo e ispirata allo slogan di Occupy Wall Street I'm the 99%. Si schiera dalla parte dei "20" Gabriele Cucinella, che assicura di non aver mai comprato fan agli oltre 30 clienti della sua We Are Social. Per attirare (l'attenzione di) seguaci digitali, spiega, bisogna incoraggiare il dialogo, inserire contenuti interessanti, stimolare la conversazione e dare visibilità ai canali con dei concorsi, ad esempio. Mettendo in palio la possibilità di giocare all'Emirates Stadium di Londra, racconta di aver fatto toccare alla pagina di un noto marchio di elettrodomestici 160 mila fan.

CONTINUITA' - Dino Amenduni definisce con Proforma i tratti dell'ombra digitale di Nichi Vendola e assicura che i quasi 200 mila follower e i 521 mila aderenti alla pagina Facebook del presidente della Regione Puglia sono stati reclutati senza spendere un euro, pubblicità classica compresa. Il segreto è dare continuità a pagine e profili, «se un politico non compare per una settimana nei telegiornali puoi anche non accorgertene, se non scrive niente sulla fanpage invece vuol dire che non ha nessun pensiero su quello che sta accadendo». E in assenza di contenuti originali e curati, come nei sovracitati casi delle aziende, gli utenti latitano. Colui che ha dato il via al dibattito spiega di aver registrato «una evidente dicotomia» fra i detrattori e i sostenitori di quanto affermato e conferma la necessità di gettare luce sul fenomeno per tutelare chi «lavora in modo serio e pulito». L'altra, sia il 20 o meno, percentuale.

Martina Pennisi